Fotopolimeri per migliorare l’efficienza delle celle fotovoltaiche

Uno studio del Politecnico di Torino, condotto con partner di primo piano quali l’École Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL), il Politecnico di Milano e l’Istituto Italiano di Tecnologia e pubblicato recentemnte sulla prestigiosa rivista Science, propone un rivestimento innovativo che modera i problemi delle celle solari a perovskite e apre le porte alla loro produzione industriale.

Uno studio del Politecnico di Torino, condotto con partner di primo piano quali l’École Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL), il Politecnico di Milano e l’Istituto Italiano di Tecnologia e pubblicato recentemnte sulla prestigiosa rivista Science, propone un rivestimento innovativo che modera i problemi delle celle solari a perovskite e apre le porte alla loro produzione industriale.

Un materiale ibrido, organico e inorganico, in grado di assorbire l’intero spettro solare e di trasportare la carica elettrica con elevatissima efficienza: la perovskite è l’ultima frontiera nel campo del fotovoltaico di nuova generazione, ancora poco studiata in Italia, ma subito con risultati molto rilevanti dal punto di vista scientifico. Science, una delle più prestigiose riviste internazionali di divulgazione scientifica curata settimanalmente dall’American Association for the Advancement of Science, ha infatti pubblicato oggi un lavoro di ricerca sperimentale condotto dal Politecnico di Torino insieme all’École Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL), al Politecnico di Milano e all’Istituto Italiano di Tecnologia, dal titolo “Improving efficiency and stability of perovskite solar cells with photocurable fluoropolymers”.

L’attività di ricerca, che vede capofila il Politecnico di Torino, è stata condotta da Federico fotovoltaico perovskiteBella del DISAT – Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia sotto la supervisione del professor Claudio Gerbaldi (coordinatore del Group for Applied Materials and Electrochemistry – GAME Lab, DISAT) e col supporto del professor Guido Saracco, coordinatore del Center for Sustainable Futures @PoliTO dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Lo studio scientifico è incentrato sulle celle solari a perovskite, un nuovo materiale recentemente studiato nella sua applicazione ai dispositivi di conversione dell’energia solare dal professor Michael Grätzel (EPFL); i primi risultati della ricerca sono
talmente promettenti che si ipotizza un’applicazione su larga scala di questo materiale entro il 2020. Oltre alle proprietà uniche della perovskite le celle fotovoltaiche basate su questa tecnologia possono essere fabbricate con tecnologie semplici e veloci, il che fa prospettare una sicura scalabilità a livello industriale. I più importanti atenei e centri di ricerca mondiale stanno quindi investendo un ingente numero di risorse umane ed economiche sullo sviluppo di celle solari a perovskite, e ciò ha portato ad un vertiginoso incremento delle efficienze di conversione della luce solare attraverso questa tecnologia, più che quintuplicate (dal 4 al 22%) negli ultimi sei anni.

Tuttavia come ogni nuova tecnologia porta con sé una serie di limitazioni da superare prima di poter essere posta in commercio. In questo caso, le celle solari a perovskite sono soggette a notevoli perdite di efficienza quando esposte alla luce ultravioletta (presente al 5% nello spettro solare) e all’umidità atmosferica. Pioggia e sole, quindi, ne provocano il degrado e la completa perdita di funzionalità in pochissimo tempo, nei casi migliori dopo pochi giorni. Su questo aspetto si concentra quindi la ricerca pubblicata da Science, soprattutto se si considera che una delle principali applicazioni di questi dispositivi potrebbe essere quella a finestra nei nuovi edifici “intelligenti”. Il team di ricerca del Politecnico di Torino, insieme a Gianmarco Griffini e Stefano Turri del Politecnico di Milano, ha quindi ideato e proposto un rivestimento realizzato in un materiale polimerico innovativo in grado di contrastare efficacemente l’invecchiamento delle celle solari a perovskite. I ricercatori hanno realizzato un rivestimento fluorurato di spessore micrometrico – impercettibile, quindi, su un dispositivo poco più grande di un francobollo, come appunto una cella a perovskite – che funge da efficace barriera contro l’umidità e garantisce in più caratteristiche autopulenti ai pannelli solari quando esposti agli agenti atmosferici (precipitazioni, smog, polveri, ecc.).

Il rivestimento è stato realizzato tramite fotopolimerizzazione, una tecnica di polimerizzazione rapida, economica ed a basso impatto ambientale (è usata comunemente per le otturazioni odontoiatriche e il fissaggio dello smalto sulle unghie). Per contrastare l’invecchiamento dei materiali indotto dalla luce ultravioletta, il rivestimento polimerico è stato inoltre potenziato con molecole luminescenti in grado di convertire la luce ultravioletta presente nella radiazione solare in luce non dannosa per la cella solare. Le celle solari sono state assemblate, caratterizzate e testate in diverse condizioni di invecchiamento accelerato per oltre un anno in diversi laboratori, tra i quali quelli dell’École Polytechnique Fédérale de Lausanne in cui ha operato Juan-Pablo Correa-Baena, sotto la supervisione dei professori Michael Grätzel e Anders Hagfeldt, luminari nel campo del fotovoltaico di nuova generazione.

Con efficienze prossime al 19% ed un’eccezionale stabilità quando sottoposte ad una serie di test di invecchiamento anche in condizioni estreme, le innovative celle solari a perovskite proposte su Science confermano le notevoli prospettive di questa nuova tecnologia di conversione dell’energia solare che potrà competere efficacemente con i classici pannelli al silicio in ambito edilizio, ma anche essere accoppiata al silicio stesso in dispositivi tandem ad elevatissime prestazioni.