Cambiamenti climatici: cosa succede al nostro pianeta

Il 2018 è stato l’anno più caldo dal periodo pre-industriale, l’agenzia europea Copernicus e il Rapporto dell’Unep 2018 sui gas serra riportano dati allarmanti. l cambiamenti climatici nel breve tempo sono sempre più evidenti, lo si percepisce dalle elevate temperature invernali, dalla siccità che colpisce vaste zone del mondo, dalle migrazioni da territori aridi, dai frequenti e bruschi eventi catastrofici come uragani, tsunami, terremoti. Per quanto possa sembrare tardi, si è sempre in tempo a mettere in atto provvedimenti per ridurre il danno e migliorare l’attuale situazione.

Il 2018 è stato l’anno più caldo, superando il 2016 che fino ad allora era stato ritenuto il più torrido dal periodo pre-industriale. L’agenzia europea Copernicus e il Rapporto dell’Unep 2018 riguardo i gas serra, riportano dati allarmanti: se le tendenze attuali proseguiranno, la temperatura globale aumenterà di tre gradi entro la fine del secolo e ciò sarebbe disastroso per il nostro pianeta. Come si legge nel quadro generale dell’Accordo di Parigi (2015): “Mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e perseguire sforzi volti a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C” è una delle questioni di maggior rilievo e su cui bisogna concentrare i maggiori sforzi da parte delle nazioni di tutto il mondo, rivolgendosi in particolare ai Paesi industrializzati che sono tenuti a “ridurre drasticamente le emissioni in termini assoluti, mentre quelli in via di sviluppo sono incoraggiati a farlo man mano che si evolvono le loro capacità”.

Stefano Caserini, divulgatore scientifico e Professore del Politecnico di Milano, ha spiegato durante un convegno presso l’Università di Siena, le conseguenze derivanti dal surriscaldamento globale: “L’aumento di temperatura modifica le precipitazioni, la loro frequenza e intensità; aumenta la frequenza di eventi estremi; riduce i ghiacci e quindi aumenta il livello dei mari – e prosegue – avremo quindi sempre maggiori impatti sulla salute umana, sulle risorse idriche, sulla biodiversità della natura che verrà meno oltre che avere ripercussioni anche sulle infrastrutture e i sistemi insediativi”.

“Migliorare l’istruzione, la sensibilizzazione e la capacità umana e istituzionale riguardo i cambiamenti climatici in materia di mitigazione, adattamento, riduzione dell’impatto e di allerta precoce” è ciò che si legge sul sito ASviS alTarget 13.3 riguardo Il Goal 13 dell’Agenda Onu 2030 legato ai cambiamenti climatici e si capisce bene come tutti i Goal dell’Agenda siano strettamente collegati uno all’altro, procedendo verso una riuscita totale degli obiettivi.

“Nella costruzione di qualsiasi scenario a medio e lungo termine, la demografia gioca un ruolo essenziale” […] Già oggi quasi 250 milioni di persone vivono in un Paese diverso da quello in cui sono nati, ma questo calcolo non tiene conto dei trasferimenti interni, specialmente dalle zone rurali alle città, dove vive ormai più della metà della popolazione mondiale (entro il 2050 si arriverà ai tre quarti). Ora, è evidente che dall’Africa si genereranno flussi migratori di grandissime proporzioni, soprattutto verso l’Europa, a causa sia di fattori economici, sia di fattori climatici, sia ancora di sommovimenti politici (i cosiddetti “richiedenti asilo”, tutelati dagli accordi internazionali)” scrive Enrico Giovannini nel suo libro L’utopia sostenibile, rimarcando come i Goal dell’Agenda siano concatenati uno all’altro.

Tra i Paesi più a rischio per le imminenti conseguenze causate dal surriscaldamento globale emerge il continente Africano. La Cop24 a Katowice in Polonia ha fatto emergere come: “Il cambiamento climatico sia uno dei più grandi moltiplicatori di rischio per le persone, l’ambiente e la stabilità del continente – ha riportato Abdoulaye Mar Dieye, Direttore Unpd – Nella nostra economia, questi rischi devono essere affrontati con urgenza, con investimenti in campo climatico in grado di accelerare le azioni pilota già avviate, creando un impatto reale e duraturo per milioni di persone in tutto il continente, le cui vite e mezzi di sussistenza sono a rischio. Se il mondo non è in grado di raggiungere gli obiettivi necessari a mantenere la temperatura sotto i due gradi, in Africa gli effetti porterebbero ad un punto di non ritorno, in cui le sfide e le minacce derivanti dall’aumento delle temperature cresceranno esponenzialmente”. L’allarme lanciato da Abdoulaye Mar Dieye ha voluto evidenziare una grave situazione senza alcun margine di miglioramento se non si interviene subito, poiché i cambiamenti climatici stanno mettendo a repentaglio quanto di buono si è riusciti a fare fino ad ora per contrastare fame e povertà nel continente africano.

C’è sempre però una motivazione e anche in questo caso il Professor Caserini la vede e la scrive nel suo libro “Il clima è (già) cambiato”: “Una delle buone notizie è che abbiamo delle buone giustificazioni per non aver agito perché al tempo non era facile”, il libro cerca di vedere il cambiamento climatico nella sua realtà, senza mascherare le gravi difficoltà in cui siamo, ma cercando di far vedere gli aspetti su cui fondare delle speranze, poiché conclude l’autore: “La mia idea è che la paura non può essere sufficiente per indurre un cambiamento perché l’essere umano non cambia solo se prova paura ma lo fa anche se vede una possibilità e dei vantaggi nell’agire – e conclude – io faccio vedere come si può fare molto e come trarne dei benefici”.

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